Accesso numero 515
 

Un ricordo del Sen. FABIANO DE ZAN in occasione del decennale della scomparsa (08/07/2013)
 

Perché è tanto labile la memoria di coloro che hanno fatto vita pubblica, e soprattutto la più esposta che è la vita politica? E' l'incombere del presente che inesorabilmente rimanda indietro il passato fino quasi ad annullarlo. Ci sono tuttavia momenti in cui immagini e figure sembrano risorgere dentro di noi. Come accade a me in questi giorni che mi rimandano allo stupore e al dolore di dieci anni fa quando mi giunse la notizia della morte improvvisa di Mario Pedini. Mi pare doveroso ricordare agli immemori lo straordinario impegno con cui egli affrontò i problemi che assillavano in quegli anni ( 1953 – 1994 ) l'Italia e l'Europa. Perché questo distinse innanzitutto il monteclarense Pedini: la sua inarrestabile volontà di guardare oltre i suoi luoghi nativi, la consapevolezza che i bisogni locali sono inscindibili da quelli più generali che interferiscono nella vita di ciascuno. Come accade spesso agli uomini politici, egli godette di più lunga e ininterrotta considerazione a Roma e all'estero che non a Brescia, dove qualcuno gli riservò freddezza per la laicità delle sue origini e della sua cultura. Ma duratura e leale fu l'amicizia di Boni, che pure era di carattere opposto, e sincero, per quanto tardivo, l'apprezzamento di Martinazzoli il quale, rammaricandosi di averlo troppo tardi conosciuto, gli dedicò dopo la morte parole altamente lusinghiere.
Sono noti i traguardi da lui raggiunti: più volte ministro, con primari incarichi nelle Assemblee Europee. Mi soffermo sulla responsabilità ch'egli considerò come il realizzarsi di una vocazione: il ministero della Pubblica Istruzione. Solo il susseguirsi delle crisi di governo nei turbolenti anni '70 gli impedì di portare a compimento le mete più ambite: la riforma della scuola secondaria superiore e dell' Università. Quando si presentò al Senato durante il dibattito sulla fiducia al Governo, io gli inviai dal mio banco un biglietto in cui esprimevo la mia gioiosa meraviglia che il "figlio del maestro" - com'era sempre chiamato a Montichiari - fosse diventato il reggitore della politica scolastica. Mi rispose che il suo lungo amore per la scuola lo doveva innanzitutto a suo padre, il piccolo maestro venuto dalla Romagna che aveva forgiato generazioni di alunni.
Quel ministero fu la massima prova della sua grande operosità e capacità organizzativa. Una dote che, congiunta alla lungimiranza, gli consentì di stare a lungo ai vertici del potere democristiano. Non amò la politica interna, nella quale non espresse idee originali. Fin da giovanissimo, quando cominciò ad appassionarsi alla politica, predilesse la politica estera dove primeggiò in più occasioni. Scrisse saggi importanti sulla nascitura Europa e sull'Africa postcoloniale. Gli africani gli furono sempre grati, al punto che quando i loro uomini di Stato venivano in Europa, sorprendevano i loro interlocutori con la non casuale domanda: "où est monsieur Pedini? ". Ma il problema che più costantemente lo attrasse fu quello dell'Islam, allora già pericolosamente affiorante. Assume oggi un significato profetico il giudizio sul destino del mondo islamico scritto il 25 febbraio 1979: «Dovunque l'Islam risorge violento come un continente sommerso per troppo tempo. E' un continente ideologico, religioso, integralista della cui geografia avevamo perduto il senso. Sarebbe tempo che in primo luogo gli israeliani capissero l'importanza di trasformare accordi occasionali in una vera alleanza di ferro» .
Della complessa politica italiana più che attore fu un acuto osservatore. Lo si ritrova nei suoi "Diari" che per vent'anni ogni sera senza interruzione dettò al suo computer. Essi sono una fonte incomparabile di notizie per chi si dedica alla ricerca storica. Dai "Diari" emerge l'intelligenza e l'obiettività dei suoi giudizi sulle cose e le persone della politica. Considerò più consone alla sua cultura le correnti che si definivano "moderate",o, nella topografia politica,- "centrali"- senza tuttavia mai rinunciare a capire le ragioni degli altri, anche quando vedeva che gli altri non erano disposti a capire le sue. Fu "doroteo" ma non praticò mai il "doroteismo", cioè il mero calcolo delle opportunità. Così definiva il suo pensiero: «Io credo nella polifonia culturale, quella che ho imparato da Erasmo da Rotterdam il quale, pur molto cristiano, ha saputo capire come verità possano esserci in ogni cultura». Ciò lo faceva sentire agli antipodi del marxismo «per la sua esclusività, la sua intolleranza».
Il gioco sempre più avido delle correnti negli anni '70 gli appare lontanissimo dalla sua indole e dalla sua formazione e forte è in lui la sofferenza per i sintomi sempre più allarmanti del tramonto del suo partito : «Ma siamo un partito? - scrive nel 1975 - Moro è il grande equilibratore, ma è anche l'imperatore di una lenta e inarrestabile decadenza». Pedini ha frequentato a lungo Moro e, da fine osservatore, scruta a fondo il suo carattere: «Moro è un cattolico più interessato naturalmente a Vico e a Croce che a Manzoni. Quando ritiene che una scelta vada in direzione della storia, Moro non si oppone alla storia. Dietro il suo pensiero, io lo intuisco , il fatalismo storico riscattato dal provvidenzialismo cristiano: prudenza e decisione nello stesso tempo». Da un altro angolo visuale lo giudica alla vigilia della sua fatale elezione a Presidente della D.C.:«Lo trovo, come sempre, affettuoso e signore. Con quello stile fa comunque una precisa politica di potere». Un'affermazione sorprendente che sembra una confutazione anticipata della spietata accusa che, in una delle ultime lettere dalla prigionia, Moro farà "agli uomini del potere", con i quali per lunghi anni ha pure condiviso, in posizione eminente, il potere. «Lo conosco bene - dice di lui in un altro luogo - quando vuole essere duro, nessuno lo batte». Lo colpì nell'intimo la sua tragica scomparsa, di poco precedente la morte di Paolo VI, con il quale era nata da tempo una inattesa e, per un laico, rara familiarità: « Se aggiungiamo alla morte di Paolo VI quella di Moro - confessa - sento che ho perduto moltissimo ».
Quando parla di Moro, Pedini scopre sempre qualcosa di se stesso: lo storicismo (tutto si spiega e tutto ha ragion d'essere nella storia) in larga misura è anche la sua filosofia. Il magistero del professore di scuola rosminiana Michele Federico Sciacca a Pavia fu decisivo per dissolvere i residui del suo iniziale agnosticismo. Ma deve a Kant, il filosofo prediletto della sua giovinezza, la persuasione che le grandi questioni metafisiche trovano illuminazione e spiegazione non nella "Ragion pura", che non risolve le antinomie del pensiero, ma nella "Ragion pratica" dove i "postulati", le risposte della coscienza (l'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima, gli obblighi morali), emergono inconfutabili.
Ma più che nella filosofia fu nell'arte ch'egli scopriva l'orma di Dio. Quando s'accosta alla musica, vibra in lui un'anima religiosa. Il pianoforte, che gli fu compagno tutta la vita, gli ispira parole che valgono una gioiosa attestazione di fede: « Suonare è come cambiare natura, entrare nell'infinito, in Dio». E a riprova rivela come sconfigge la fatica quotidiana del vivere: «Comincio la mia giornata con Mozart». Era anche questo per lui, alieno da sottigliezze teologiche, il suo modo di sentirsi cristiano: «La stessa mia adesione alla vita politica - confessò negli anni dell'apogeo democristiano - è stata una scelta cristiana, perché sento che, come proposta di vita, nulla è tanto attuale e valido quanto la proposta cristiana». Quando quella proposta verrà sfigurata dall'insipienza degli uomini che la rappresentavano negli infausti anni '80, si scatenerà in Pedini una vera e propria rivolta morale contro la dilagante corruttela che offendeva la storia originaria della D.C.. Solo chi ha dedicato tutta la vita alla politica con l'ardore di una fede sa quale ferita si apre nell'assistere impotenti alla caduta nel nulla di un partito che ha visto crescere e ha contribuito a far crescere. Vana e inconfrontabile gli appare ogni surroga.
"Accento di paese", il suo libro più poetico, è un atto d'amore per la diletta Montichiari, divenuta nostalgicamente la sua Itaca. Ma egli sa di avere avuto il raro privilegio «di vivere sul grande fiume della Storia». E alla fine, con umiltà e legittimo orgoglio, così raffigurerà il senso della sua vita: «Ho vissuto grandi ideali, anche se sono un piccolo uomo. Ho forse portato un piccolissimo contributo alla Storia».

Fabiano De Zan